Unione sopra ogni cosa Pubblicato il 25 June, 2019

L’unità è più completa quando comprende entità divergenti, ognuna con la sua propria natura. La Torà è stata data per stabilire questo tipo di pace. Non è che le differenze non debbano esistere, esse devono piuttosto fondersi in armonica sinergia. La Torà insegna che la divisione può servire uno scopo positivo, e la diversità non deve portare ad un conflitto.

The_High_Priest_in_the_Holy_of_Holies_2Che cosa voleva veramente Korach
Il nome della parashà – Korach – suscita subito una domanda: è scritto: “Il nome dei malvagi dovrà sparire (letteralmente ‘marcire’)”, tanto che su questa base i nostri Saggi hanno affermato che non bisogna chiamare una persona con il nome di un empio. Come mai allora un’intera porzione della Torà è chiamata Korach? Con questo titolo, infatti, l’identità di Korach è resa perpetua, dato che la Torà è eterna. Fra le diverse interpretazioni date, vi è quella secondo cui, nella sua essenza, il desiderio di Korach fu positivo. Korach voleva essere un Sommo Sacerdote, così da poter sperimentare l’assoluta vicinanza a D-O che risulta dall’entrare nel Santo dei Santi (la parte più sacra del Tempio, alla quale solo il Sommo Sacerdote aveva accesso e nella quale si rivelava la Presenza Divina). Di fatto, quando Moshè rispose a Korach, non gli disse che questo obiettivo era indegno. Anzi, come riporta Rashi, Moshè disse di condividere lo stesso desiderio; anche egli voleva essere un Sommo Sacerdote. Inoltre, al Monte Sinai, D-O disse al popolo Ebraico che esso era “un regno di Sacerdoti,” e, secondo i nostri Rabbini, ciò si riferisce al livello raggiunto dal Sommo Sacerdote. Ogni Ebreo ha dentro di sé questo potenziale. Stando così le cose, la protesta di Korach era basata su una verità essenziale: “Tutta la congrega (è composta da uomini) che sono tutti consacrati, e l’Eterno è in mezzo a loro”. Ogni membro del popolo Ebraico ha una scintilla di santità. Korach e i suoi seguaci volevano che questa scintilla fiorisse. Per un esperienza spirituale così elevata, essi erano disposti a rischiare il tutto per tutto, anche le loro vite. Quindi, anche dopo che Moshè disse loro che portare l’offerta dell’incenso avrebbe significato la loro morte, essi non esitarono. Chiamare la parashà col nome di Korach mette in evidenza il potenziale di crescita spirituale che ognuno di noi possiede, e il desiderio che noi dobbiamo mostrare di rivelare questo potenziale.

Intenzione rispetto ad azione
Questa spiegazione è però insufficiente, poiché le buone intenzioni non bastano. Sono principalmente le nostre azioni, e non le nostre intenzioni, che D-O giudica. Qualsiasi fossero le intenzioni di Korach, egli creò una controversia che sfociò nella morte di migliaia di persone. Non sembra appropriato immortalare questo messaggio come una delle porzioni della nostra Torà. Inoltre, il nome stesso di Korach è associato alla divisione. La radice ebraica di Korach significa ‘divisione’, ‘scissione’, e i nostri Saggi associano Korach non solo nei fatti, ma anche nell’origine, a questa tendenza. La divisione va nella direzione opposta a quella dello scopo della Torà, che “fu data solo per portare pace al mondo.” Perché una delle porzioni della Torà viene chiamata con un nome che è sinonimo di divisione?

Un’unità più comprensiva
La risposta a questa domanda dipende dalla definizione di unità. Un’unità assoluta, elementare, non è possibile nel nostro mondo materiale. Come dice Rashi, nel suo commento: “Il Santo, benedetto Egli sia, ha stabilito dei limiti nel Suo mondo. Puoi forse trasformare la mattina in sera?” Ogni entità ha una sua natura distinta. Il concetto di divisione non deve però andare per forza nel senso opposto ai nostri sforzi verso l’unità. Al contrario, l’unità è più completa quando comprende entità divergenti, ognuna con la sua propria natura. La Torà è stata data per stabilire questo tipo di pace. Non è che le differenze non debbano esistere, esse devono piuttosto fondersi in armonica sinergia. Vi è quindi un posto per Korach nella Torà, poiché la Torà insegna che la divisione può servire uno scopo positivo, e la diversità non deve portare ad un conflitto.

Prendere le nostre proprie decisioni
Tuttavia, D-O desidera che l’uomo raggiunga questa unità multi-sfaccettata di propria iniziativa. Egli dà all’uomo il potere e la responsabilità di realizzare questo obiettivo, e la libera scelta di determinare la direzione dei suoi sforzi. Questo si trova riflesso anche nella condotta di Korach. Egli vide che, dopo il peccato del Vitello d’Oro e quello delle spie, Moshè aveva pregato D-O ed aveva evitato decreti celesti volti a colpire il popolo. Allo stesso modo, Korach sentì che, sebbene D-O avesse concesso a Moshe e ad Aharon le loro posizioni, sarebbe stato possibile, con una preghiera sincera, produrre un cambiamento e realizzare le proprie ambizioni spirituali. Egli fece semplicemente la scelta sbagliata. Invece di portare avanti l’unità, rafforzando la connessione del popolo con Moshè ed Aharon, egli prese una via diversa. Invece di vedere nelle differenze un potenziale di armonia, egli fece sì che esse si scontrassero. Korach non realizzò mai il proprio errore. I suoi figli invece lo fecero, quando proclamarono: “Moshè è vero, e la sua Torà è vera.” Essi compresero che la verità, che Moshè insegnava, era il mezzo per portare unità tra il popolo e permettere ad ogni individuo di realizzare il proprio potenziale.

Una questione di tempo
Da una prospettiva mistica, è spiegato che il desiderio di Korach rifletteva le elevatezze spirituali che saranno raggiunte nell’Era della Redenzione. Allora, i Leviti (la tribù di Korach) saranno innalzati alla posizione di sacerdoti, e tutto il popolo Ebraico raggiungerà le vette più elevate dell’esperienza spirituale, come è detto “Io riverserò il Mio spirito su ogni carne”. Le ricompense di quell’era non possono, tuttavia, essere ottenute prematuramente, ma solo come risultato del nostro servizio Divino. È solo attraverso la nostra devozione disinteressata alla Torà di Moshè e alle direttive dell’”estensione di Moshè (presente) in ogni generazione”,  i leader della Torà nel nostro popolo, che siamo in grado di elevare noi stessi ed il mondo, al punto che “il mondo sarà pieno della conoscenza di D-O”.
(Likutèi Sichòt, vol. 8, pag. 114; vol. 18, pag. 187; Sèfer HaSichòt 5748, pag. 499; Sèfer HaSichòt, 5750, pag. 526)

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