Vietato ‘perdere la testa’ Pubblicato il 3 December, 2019

Anche se dobbiamo occuparci delle cose del mondo, del sostentamento e di tutto il resto, non dobbiamo per questo investire in ciò tutte le nostre energie vitali. Bisogna lasciare la testa libera di studiare la Torà e di compiere i precetti.  

“E si diresse verso Charàn” (Bereshìt 28:10)
D-O ci ha dato una Torà e dei precetti che pervadono e comprendono tutta la nostra vita. Qualsiasi cosa facciamo, ovunque ci giriamo, noi siamo obbligati a rispettare innumerevoli precetti, sia positivi che negativi. Se la nostra vita deve svolgersi così, perché D-O non ci ha liberato almeno dalle preoccupazioni quotidiane, dalle difficoltà del procurarci il sostentamento e così anche da tutte le altre? Se infatti noi fossimo liberi da tutte queste preoccupazioni, potremmo dedicarci molto di più allo studio della Torà e all’adempimento dei precetti! L’inizio della parashà Vayezè ci fornisce la risposta, col narrarci il percorso di Yacov Avìnu, il più eminente fra i nostri Padri. Yacov partì da Beer Sheva e si diresse verso Charàn. Questo appare come un percorso di discesa spirituale: a Beer Sheva, Yacov sedeva accanto a suo padre, nelle tende della Torà, in un luogo dove compiere i precetti era facile, e i peccati rimanevano lontani dagli occhi; Charàn, invece, era il centro dell’idolatria, dell’immoralità e della corruzione.

Il fine: uscire nel mondo
Nonostante ciò, Yacov si recò a Charàn. Egli aveva compreso che non bastava rimanere solamente seduto nelle tende della Torà, rannicchiandosi in un mondo fatto tutto di santità e purezza. Ciò poteva essere positivo solo in quanto fase iniziale, come preparazione, ma in vista della formazione del popolo d’Israele, era suo dovere uscire dal mondo tutto spirito e santità nel quale era immerso, e scendere in basso, nella materialità del mondo, nel luogo più corrotto, e proprio lì, affrontare tutte le prove. E proprio questa è la risposta alla nostra domanda: D-O ha creato l’uomo in un mondo materiale, non perché egli fugga dal mondo e viva come un angelo, che non ha alcun contatto con il mondo. Il fine, infatti, è proprio quello di essere dentro la realtà del mondo materiale, con tutte le difficoltà e le prove che esso ci fa incontrare, e da lì purificarlo dalla sua materialità e introdurvi la santità Divina.

Non cerchiamo di essere messi alla prova
Pur non avendo l’uomo alcun obbligo di andare a cercarsi prove e difficoltà (come diciamo nella preghiera: “Non ci esporre a prove…”), se comunque D-O le presenta all’uomo, egli non deve scoraggiarsi e deprimersi. Deve sapere che il superarle è lo scopo di tutta la sua vita nel mondo. Tuttavia, per potere affrontare le difficoltà, è necessaria un’attitudine particolare, e anche questa noi la apprendiamo da Yacov. Quando fu sulla strada per Charàn, egli “prese delle pietre del posto e le dispose attorno alla propria testa” (Bereshìt 28:11). In proposito, dice Rashi: “Egli ne fece come un muretto, a forma di grondaia, attorno al suo capo, poiché aveva paura delle bestie feroci”. Si pone qui una domanda: perché Yacov sentì il bisogno di difendere solo la testa? E cosa ne era di tutto il resto del corpo?

“La fatica delle tue mani”
Proprio qui è alluso un grande insegnamento: Yacov non ebbe timore delle bestie feroci nel senso letterale del termine. Egli ebbe paura delle ‘bestie feroci’ in senso spirituale, ossia delle forze del male che avrebbe dovuto affrontare allora. Per questo, egli circondò la propria testa di pietre, cosa che esprimeva la sua determinazione a preservare la testa per se stesso. Anche se dobbiamo occuparci delle cose del mondo, del sostentamento e di tutto il resto, non dobbiamo per questo investire in ciò la testa (ossia tutte le nostre energie vitali). Questo fondamento è alluso nel verso che dice: “Quando mangi della fatica delle tue mani, la felicità ed il bene siano con te!” (Salmi, 128: 2). Per quel che riguarda le cose del mondo, le necessità della vita ecc., devi investire solo “la fatica delle tue mani”, le tue facoltà operative, e non tutta l’anima e la vitalità interiore. Bisogna lasciare la testa libera di studiare la Torà e di compiere i precetti. Così creiamo una vera casa Ebraica e meritiamo che “la felicità ed il bene siano con te”.
(Da Likutèi Sichòt, vol. 1, pag. 60)

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