98 benedizioni camuffate Pubblicato il 1 Settembre, 2020

“Se però non darai ascolto alla voce dell’Eterno... allora ti verranno addosso e ti raggiungeranno tutte queste maledizioni” (Devarìm, parashà Ki Tavò 28,15). Eppure ci è stato detto, che non vi è male che scende dall’Alto! Deve esserci, quindi, ovviamente, del bene, nascosto in questi duri versi, ma dove?

 

tesoroDue settimane appena prima del Nuovo Anno, che promette di essere un anno dolce, così come dolce è la mela intinta nel miele, che noi mangiamo a Capodanno, cosa ci viene a dire la Torà, in preparazione a ciò? Non quello che ci aspetteremmo, non solo buone cose, ma anche e soprattutto cose difficili ed amare: “Se però non darai ascolto alla voce dell’Eterno, tuo Signore, rispettando e mettendo in pratica tutti i Suoi precetti e i Suoi Decreti, che io ti ordino oggi, allora ti verranno addosso e ti raggiungeranno tutte queste maledizioni”; in totale, 98 maledizioni! Eppure ci è stato detto, che tutto ciò che il Misericordioso fa, è per il bene, e che, di fatto, non vi è male che scende dall’Alto! Deve esserci, quindi, ovviamente, del bene, nascosto in questi duri versi, ma dove? E come, questa porzione della Torà (Ki Tavò), può essere una preparazione adatta ad un dolce Anno Nuovo?

‘Tutto ciò che sento è una benedizione’
Ai tempi dell’Admòr HaZakèn, primo Rebbe di Lubavich, era lui stesso, a leggere dalla Torà, per la sua congregazione. Un anno, il Rebbe si trovò lontano dalla sua città, il Sabato in cui si legge la parashà, che contiene le maledizioni, cosicché fu un altro a leggere dalla Torà. Il figlio del Rebbe, Dov Ber, destinato ad essere conosciuto, poi, come l’Admòr HaEmzaì, non aveva allora ancora 13 anni, e, all’udire le maledizioni, fu colpito da un terribile dolore al cuore, dal quale si rimise con difficoltà, dopo lungo tempo. Quando gli fu chiesto, cosa fosse accaduto, visto che ogni anno veniva letta quella parashà, l’Admòr HaEmzaì rispose: “Quando mio padre la legge, non si sentono maledizioni.” Quando una persona si trova a confrontarsi con qualcosa, che sembra essere negativo, si tratta spesso di una sfida a rivelare il bene, che vi è nascosto. L’Admòr HaZakèn era in grado di percepire il bene celato nelle maledizioni, e di trasmetterlo nella sua lettura della Torà.

Bene e meglio
Il Talmùd racconta di due grandi Saggi: Rabbi Akìva, ed il suo maestro, Nachum Ish Gam Zu, che possedevano entrambi una visione eccezionalmente positiva delle cose, derivante dalla loro salda e perfetta fede in D-O. Quando Rabbi Akìva viaggiava, usava portare con sé una lanterna, per poter continuare a studiare Torà anche di notte, un asino, per trasportare le sue provvigioni e un gallo, che lo aiutasse a svegliarsi prima dell’alba. Una volta che, a compimento di un viaggio, egli raggiunse la sua destinazione, gli fu vietato l’ingresso dalle guardie, che sorvegliavano le porte della città, cosicché fu costretto a passare la notte nei campi. Arrivò, allora, un forte vento, che spense la sua lanterna, ed egli rimase al buio. Arrivò, poi, un leone, che sbranò l’asino ed un gatto, che si mangiò il gallo. Rabbi Akiva non si scompose e disse: “Tutto quello che il Misericordioso fa, lo fa per il bene.” Sul far del giorno, divenne chiaro che, effettivamente, tutto era stato per il bene, poiché la città che l’aveva respinto, era stata saccheggiata da banditi violenti e crudeli. Se si fosse trovato lì, sarebbe sicuramente stato catturato, o ucciso. Se, poi, la sua lanterna fosse rimasta accesa, l’avrebbero senz’altro avvistato, così come si sarebbero accorti della sua presenza, se l’asino avesse ragliato o il gallo cantato. Fu proprio per merito di tutti questi ‘sfortunati’ eventi, che egli si salvò dal destino, che colpì gli abitanti della città.
Il maestro di Rabbi Akiva, Nachum Ish Gam Zu, acquisì questo nome, rispondendo in qualsiasi occasione, anche in quelle che sembravano negative, “gam zu le tovà” (“anche questo è per il bene”). Al tempo in cui fu emanato un duro decreto contro gli Ebrei, Nachum ebbe l’incarico di portare in dono all’imperatore Romano,  una cesta di gemme e pietre preziose, nella speranza di riuscire a fargli revocare il triste editto. Per strada, dopo aver trascorso la notte in una locanda, Nachum si accorse al mattino, che tutte le pietre preziose gli erano state rubate e che, al loro posto, era stata messa della terra. “Anche questo è per il bene”, egli disse, e continuò la sua strada, finché arrivò dall’imperatore, con la sua cesta piena di terra. A ricevere quel ‘dono’, l’imperatore stava già per far  imprigionare Nachum, quando intervenne non altri che il profeta Elia, nelle vesti di un ministro dell’imperatore, e suggerì la possibilità che si trattasse di quella stessa terra che, gettata in aria da Abramo, si era trasformata in frecce, sconfiggendo i suoi nemici. Subito, la ‘terra’ fu messa alla prova e portata, con l’esercito, all’attacco di una nazione, che fino ad allora si era dimostrata invincibile, mentre, questa volta, essa fu sconfitta. L’editto fu revocato e Nachum tornò dal suo popolo, con grandi onori ed una cesta piena di gemme. Vi è una significativa differenza fra le due storie. Rabbi Akiva passò attraverso sofferenze, che infine portarono al bene. L’”avversità” che, invece, incontrò Nachum, l’essere derubato, non gli causò neanche un attimo di pena, al contrario, essa si rivelò di per se stessa una benedizione,  una benedizione, che si era camuffata.

La benedizione nella maledizione
Proprio prima di Capodanno, le maledizioni non vengono lette come un rimprovero, perché siano di punizione, che D-O non permetta. Esse vengono lette, piuttosto, per il bene nascosto, che esse contengono. Leggere questa porzione della Torà, ha la funzione di un processo di purificazione. Così vicino a Capodanno, il giorno in cui noi facciamo discendere tutte le benedizioni per l’intero anno, è necessario che rendiamo noi stessi un recipiente adatto a ricevere e contenere queste benedizioni. E prima di mettere qualcosa di buono e prezioso in un recipiente, bisogna che questo venga pulito e strofinato, se ce n’è bisogno. Così, anche il rimprovero ‘abrasivo’ della Torà, è inteso come un processo di pulizia spirituale, per renderci dei recipienti adatti a ricevere tutto ciò che di dolce e di bene ha da portarci l’Anno Nuovo. Ancor prima del suo arrivo, possiamo noi meritare di ricevere la benedizione finale, quella della Redenzione vera e completa, quando ricostruiremo il Sacro Tempio e potremo vedere tutti, con chiarezza, il bene dell’esilio, come è detto: “D-O cancellerà le lacrime da ogni volto”. Possa tutto il popolo d’Israele essere iscritto e suggellato per un buono e dolce anno!

(Adattato da Likutèi Sichòt, vol, 2 pag. 392-395)

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