Il leader si sacrifica Pubblicato il 31 Maggio, 2021

La via del leader è quella di colui che non pensa alla propria perfezione, ma al popolo ed alle sue necessità. Tale fu Moshè Rabèinu, che si dedicò completamente e con sacrificio persino in favore dei malvagi del popolo d’Israele. Anche Yehoshùa, essendo destinato ad essere la guida della generazione dopo Moshè, dovette annullare la propria volontà e i propri desideri personali, per dedicarsi completamente all’adempimento della volontà Divina.

“E Moshè chiamò Hoshea, figlio di Nun, con il nome di Yehoshùa” (Bemidbàr 13:16)
Nella parashà Shelàch, leggiamo dell’invio dei dodici esploratori nella Terra d’Israele e delle infauste conseguenze che derivarono dalla loro missione. La Torà racconta che, prima di mandarli, Moshè diede ad Oshea, figlio di Nun, il nome di Yehoshùa. La Ghemarà spiega che in ciò si trova un’allusione alla preghiera rivolta da Moshè in suo favore: “Che D-O ti salvi (ioshìach) dai consigli degli esploratori”. Si pone qui un duplice interrogativo: non fu detto al momento dell’invio degli esploratori: “Fino a questo momento essi erano uomini degni” (Rashi Bemidbàr 13:3)? Se non fosse stato così, infatti, ovviamente Moshè non li avrebbe mandati. Per quale motivo, quindi, fu necessaria una preghiera speciale che proteggesse Yehoshùa dalla loro influenza? E se Moshè temette comunque, che qualcosa potesse succedere, perché pregò solo per Yehoshùa e non per tutti quanti?

Non si trattò di un semplice peccato
Il peccato in cui incorsero gli esploratori non fu una cosa così semplice, come potrebbe sembrare ad un esame superficiale. Gli esploratori erano principi d’Israele, persone elevate rispetto al popolo, dei giusti. Il loro peccato derivò in qualche modo dalla particolare via, nel loro servizio Divino. Il servizio Divino dei giusti comprende due diverse possibili direzioni: vi sono i giusti che si occupano della propria purificazione, distaccandosi da questo mondo e dai suoi bisogni; vi sono invece coloro che si dedicano completamente alle necessità della loro generazione. La prima via è adatta solo a pochi giusti, coloro che, pur vivendo in questo mondo, sono uniti a D-O come lo erano in Cielo, prima di scendere come anime in un corpo fisico. Così fu per Rabbi Shimon bar Yochài, che disse: “Se l’uomo ara e semina, cosa sarà della Torà” (Berachòt 35, 2), come potrà dedicarsi alla Torà, se occupa il suo tempo alle cose materiali? Di una simile via, tuttavia, la Ghemarà dice: “Molti fecero come Rabbi Shimon bar Yochài e non riuscirono”.

Dedito completamente al volere Divino
La seconda via è quella del leader, colui che non pensa alla propria perfezione, ma al popolo ed alle sue necessità. Tale fu Moshè Rabèinu, che si dedicò completamente e con sacrificio persino in favore dei malvagi del popolo d’Israele, quelli che si macchiarono del peccato del Vitello d’Oro. Il midràsh dice anche che Moshè rimase nel deserto, con la generazione che fu sepolta lì, in modo da poter in futuro, al tempo della resurrezione, essere con loro. Questo è un leader, colui che si sacrifica per il bene del popolo. La qualità più evidente in un simile tipo di giusto è il suo completo annullamento a D-O e alla Sua volontà. Quando egli sente che la volontà Divina è quella di portare la santità in questo mondo, nelle normali attività della vita quotidiana, egli rinuncia alla propria elevazione nei gradi della santità, e si dedica con tutto se stresso all’adempimento della volontà di D-O nel mondo.

Yehoshùa come leader
Gli esploratori (che erano persone degne) appartennero al primo tipo di giusti, coloro che si distaccano dalle cose del mondo, per occuparsi solamente dell’elevazione spirituale. La loro tendenza naturale fu quella di rimanere nel deserto, dove la materialità, la confusione e il frastuono del mondo non avrebbero disturbato il loro servizio Divino. Fu a causa di questo loro approccio, che essi peccarono e cercarono di dissuadere il popolo dall’entrare nella Terra d’Israele. Yehoshùa era diverso da loro. Essendo destinato ad essere la guida della generazione dopo Moshè, egli doveva annullare la propria volontà e i propri desideri personali, per dedicarsi completamente all’adempimento della volontà Divina. Per questo, Moshè rivolse proprio per lui la preghiera: “Che D-O ti salvi (ioshìach) dai consigli degli esploratori”. Con ciò, Moshè disse a Yehoshùa: la loro via non è la tua via, tu devi dedicarti completamente al popolo ed ai suoi bisogni. In questo modo egli gli trasmise la forza necessaria ad essere vigile e a non lasciarsi trascinare dai suoi compagni, il cui amore per il servizio Divino, improntato sul distacco dal mondo, li aveva portati alla maldicenza nei confronti della Terra d’Israele.

(Da Likutèi Sichòt, vol. 2, pag. 320)

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