Nulla è mai perduto Pubblicato il 19 Maggio, 2019

Quando noi diciamo, secondo l’insegnamento di Pèsach Shenì, che “nulla è mai perduto,” fondiamo ciò sulla base del legame essenziale che lega l’Ebreo a D-O, legame che non tiene conto del livello basso che l’individuo può aver raggiunto e consente sempre una possibilità di riparazione.

pesach sheniPèsach Shenì
Come è noto, secondo la Chassidùt, l’insegnamento che deriva dalla festa di Pèsach Shenì (il ‘Secondo Pèsach’), è che “Nulla è mai perduto. La situazione può sempre essere corretta”. A dispetto di quanto una persona possa trovarsi in condizione di ‘impurità’ o di ‘lontananza’, essa può sempre correggere il proprio stato. In origine, questa festa fu istituita per quegli uomini che, essendosi dovuti occupare di importanti incarichi spirituali, come quello di trasportare la bara di Yossèf, o di seppellire i figli di Aharòn il Sacerdote, si erano resi impuri, perdendo così l’opportunità di offrire il loro Sacrificio Pasquale, per il quale era richiesto uno stato di purità. La loro impurità, tuttavia, non comportava un difetto, ma era dovuta semplicemente ad un adempimento della volontà Divina. Pur non essendoci quindi alcuna mancanza nel loro servizio, essi ebbero ugualmente il desiderio di raggiungere l’ulteriore elevazione spirituale che sarebbe derivata loro dall’offerta del Sacrificio Pasquale. Per questo essi chiesero: “Perché noi dovremmo esserne privati?” E la loro richiesta fu accolta in Cielo, cosicchè D-O aggiunse una nuova mizvà che permetteva, da allora a tutte le generazioni future, di offrire il Sacrificio Pasquale nel Secondo Pèsach. Come mai quelle persone non fecero subito la loro richiesta a Moshè, non appena seppero di doversi rendere impure? È noto che, fintanto che un individuo è occupato in una mizvà, egli è libero dall’obbligo delle altre mizvòt. Tutte le mizvòt, infatti, sono intercorrelate, così che ogni mizvà include tutte le altre e quando si è impegnati nell’adempimento di una mizvà è come si stesse adempiendo a tutte le altre. Quando però quegli uomini considerarono il loro futuro e capirono che avrebbero potuto raggiungere un livello spirituale più elevato, iniziarono a vedere la loro condizione presente come mancante. Per questo, quando alla vigilia di Pèsach essi videro che ognuno portava il proprio sacrificio, essi si rivolsero a Moshè, con la loro richiesta.

Un’occasione per tutti
Secondo la definizione dell’halachàPèsach Shenì è una festa a sè stante, e non semplicemente un’occasione per compensare l’impossibilità che si era creata di presentare il primo Sacrificio Pasquale. Esso viene ad aggiungere quindi una nuova dimensione nella Torà, e non solo per coloro che erano in uno stato di impurità, ma per tutto il popolo Ebraico. Anche a chi ha portato il proprio Sacrificio Pasquale, secondo tutte le regole, il Secondo Pèsach offre l’opportunità di un’ulteriore elevazione spirituale. Pèsach Shenì contiene quindi due insegnamenti, che coprono due diversi opposti. Da un lato ci fa comprendere che, per quanto basso sia il livello al quale una persona può trovarsi, essa può sempre elevarsi. D’altro canto, Pèsach Shenì ci insegna che anche chi compie il proprio servizio nel modo migliore e più completo, può aspirare ad una ulteriore elevazione, a raggiungere un livello superiore, per il quale egli dovrà compiere un “balzo” (secondo la modalità di elevazione che la festa stessa di Pèsach (‘salto’) ci insegna).

Un legame essenziale
Questi concetti trovano una loro espressione nella parashà Bechukkotai, che apre con il verso: “Se voi procederete nei Miei statuti.” Il termine Ebraico che definisce ‘statuti’ ci riporta al concetto di ‘scolpito’ (‘Chok’). La Chassidùt ci spiega la differenza che passa fra le lettere che sono scritte con l’inchiostro sulla pergamena e quelle che sono scolpite nella pietra. Nel primo caso si tratta di due entità differenti, che possono essere separate l’una dall’altra. Nel secondo, invece, le lettere scolpite nella pietra sono parte della pietra stessa, un’entità unica e inscindibile. Vi è un parallelo di questo concetto nel servizio Divino dell’Ebreo. Le lettere scolpite nelle Tavole rappresentano il legame essenziale che unisce l’Ebreo al suo Creatore. Questo legame non può mai essere spezzato, poiché, nell’essenza, D-O e l’Ebreo sono un’unica entità. Quando noi diciamo quindi, secondo l’insegnamento di Pèsach Shenì, che “nulla è mai perduto,” fondiamo ciò sulla base di questo legame essenziale che lega l’Ebreo a D-O, legame che non tiene conto del livello basso che l’individuo può aver raggiunto e consente sempre una possibilità di riparazione. D’altro lato, dato che questo legame essenziale unisce l’Ebreo a D-O, Che è illimitato, esso consente ad ogni Ebreo, a qualsiasi livello egli si trovi, di elevarsi nel suo servizio Divino.
(Shabàt parashà Behar, 15 Iyàr 5749)

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