Affidarsi completamente a D-O, significa sconfiggere ogni paura per sempre! Pubblicato il 23 Dicembre, 2021

D-O vuole per noi solo il bene, e in forma rivelata e manifesta, ma Si aspetta che noi ci sforziamo nel lavoro della 'bitachòn'.

La paura di Moshè

“Quando Moshè fu cresciuto, uscì (a trovare) i suoi fratelli e vide le loro tribolazioni” (Shemòt 2:11).  Moshè uscì a vedere la sofferenza patita dai suoi fratelli Ebrei, sotto il potere degli egiziani. Il primo giorno, egli incontrò un egiziano che colpiva un Ebreo. Moshè colpì l’egiziano a morte e lo nascose nella sabbia. L’indomani uscì e vide un Ebreo che stava colpendo un altro Ebreo. Moshè, rivolgendosi al malvagio, reagì dicendo: “Perché picchi il tuo compagno?” (Shemòt 2:13). Allora il malvagio rispose: “Intendi forse uccidermi, come hai ucciso l’egiziano?” (Shemòt 2:14). Sentito ciò, Moshè ebbe paura: “Moshè ebbe timore e disse: ‘Certo la cosa si è venuta a sapere'”. (Shemòt 2:14). In seguito, il fatto arrivò effettivamente alle orecchie di Parò, che ordinò di uccidere Moshè: “Parò udì questo fatto e si propose di uccidere Moshè e Moshé fuggì.” (Shemòt 2:15). Su questi versi si basa l’intero discorso del Rebbe. Analizzando i versi, vediamo che Moshè venne colto da paura, subito dopo la reazione dell’Ebreo malvagio. Ma in quel momento, non era ancora successo nulla! Di sicuro la cosa non era ancora arrivata alle orecchie di Parò. Nonostante ciò, “Moshè ebbe timore”. Perché la Torà segnala la paura di Moshè già in questa fase, al momento del dialogo con l’Ebreo malvagio? Apparentemente, avrebbe dovuto ricordarla solo più tardi, quando Parò venne a conoscenza della cosa.

Paura e ‘bitachòn’

La paura è un fenomeno umano semplice e basilare, che si manifesta quando esiste una minaccia alla nostra salute o alla nostra sicurezza, o quando ci troviamo in una situazione a noi sconosciuta e non chiara. Una cosa apparentemente così semplice e naturale! Che problema c’è allora, se un Ebreo si trova ad aver paura? Perché la Torà ci impone l’attributo della ‘bitachòn’ (Sefer HaMizvòt del Rambam, mizvà negativa n. 58), comandandoci di avere sempre piena e completa fiducia in D-O, di abbandonarci pienamente a Lui, in qualsiasi situazione ci veniamo a trovare? Per capire la risposta ad una domanda così fondamentale, è necessario approfondire prima il significato dell’attributo della ‘bitachòn’. Il Rebbe riporta una spiegazione, secondo la quale ‘bitachòn’ significa tranquillità, serenità. Questo tipo di ‘bitachòn’ si poggia sulla fede che tutto viene dal Creatore. Quando l’uomo sa che tutto quello che gli accade viene da D-O benedetto, può sentirsi completamente tranquillo e sereno, libero da qualsiasi timore o preoccupazione. Infatti, se gli capita qualcosa di male, senza che egli lo meriti, certamente D-O lo trarrà in salvo da quella situazione. E se, D-O non voglia, egli ha effettivamente peccato, meritando quindi in qualche modo il male che gli capita, la persona può sentirsi anche in questo caso tranquilla, poiché sa che tutto viene da D-O, Che è in Sé il bene assoluto, e che quindi certamente quella sofferenza è per il suo bene, per la sua purificazione, anche se al momento la situazione non è certo comoda né piacevole. Il Rebbe, però, non si accontenta di questo livello di ‘bitachòn’. Non vi è infatti al mondo chi faccia solo bene e mai pecchi. A ognuno possono quindi capitare difficoltà e sofferenze in questo mondo… e allora risulta che ‘bitachòn’ non è propriamente tranquillità e serenità. Secondo il Rebbe, ‘bitachòn’ è la certezza che il bene che viene da D-O sarà in forma di bene manifesto, anche se, D-O non voglia, la persona pensa di non esserne meritevole. Come è possibile? Il Rebbe definisce così l’attributo di ‘bitachòn’: “L’attributo della ‘bitachòn’ non è solo l’aver fede nella possibilità che D-O si mostri benevolo e salvi la persona dalla difficoltà in cui si trova, ma l’essere certi che D-O agirà così, proprio di fatto, e questa certezza deve essere così evidente per la persona, da permetterle di sentirsi completamente tranquilla.” Secondo l’opinione del Rebbe, avere ‘bitachòn’, per la persona vuol dire: sapere con assoluta certezza che uscirà da quella disgrazia, che il problema passerà. Ma da dove gli viene una simile ‘bitachòn’? Ci sono infatti senz’altro dei motivi che hanno causato quella disgrazia o quel problema. Si può avere ragionevolmente il timore che l’aver peccato giochi un ruolo nella situazione negativa in cui ci si viene a trovare. Non è presuntuoso pensare che tutto andrà bene? Non è questo un modo di ignorare completamente le cause che hanno prodotto la difficoltà? Il Rebbe fornisce qui una spiegazione sorprendente ed innovativa, in grado di infondere un grande incoraggiamento. Egli si basa sul noto detto: “Pensa bene, sarà bene”. Il Rebbe ci guida verso una ‘bitachòn’ che si basa sul pensiero positivo, un tipo di pensiero che consente ad ogni Ebreo di affrontare i problemi e le difficoltà del mondo, nel modo giusto.

Ognuno può avere il bene

Ogni Ebreo, ovunque e in qualsiasi situazione si trovi, può essere batuach (certo), e deve esserlo, che le cose andranno bene, di fatto. Questa fede del Rebbe, inamovibile e senza compromessi, si poggia sugli scritti di molti dei nostri Saggi, fra i quali il libro ‘Chovàt haLevavòt‘ (‘I doveri del cuore’). Il compilatore di questo scritto dice, nel ‘Shaar haBitachòn’: “Ci si abbandona con completa fiducia a chi ha una generosità assoluta e un amore infinito,  sia verso chi lo merita sia verso chi non lo merita, e la cui generosità è costante”. Il compilatore del ‘Sefer HaIkarìm‘ ha scritto inoltre: “Chi si abbandona completamente a D-O, la grazia lo circonda”, il che significa che, se anche la persona non avesse meriti che giustifichino l’elargizione del bene, e anzi di per sé meritasse, D-O non voglia, un giudizio severo, la ‘bitachòn’ permette di attrarre il bene, in modo gratuito. L’attributo di ‘bitachòn’ ha la capacità di recare con sé il bene, anche quando non è meritato. Nello stesso contesto, il Rebbe fornisce un’ulteriore spiegazione innovativa: ‘bitachòn’ di per se stessa, significa e comporta un lavoro, uno sforzo. ‘Bitachòn’ è uno sforzo interiore, che va contro la nostra tendenza naturale, il nostro schema automatico di reazione. Quando si crea, D-O non voglia, un problema, ciò produce in noi naturalmente un sentimento di paura e angoscia. Il lavoro dell’uomo sta nel mantenere la calma e la serenità, nel sforzarsi di essere pieni di gioia, nonostante la minaccia. Il Rebbe si esprime così: “‘Bitachòn’ è lavoro e sforzo interiore ed è essa a portare la grazia Divina, come risultato dello sforzo dell’uomo di avere completa fiducia in D-O, abbandonandosi completamente a Lui: grazie al fatto che l’uomo si affida veramente e dal profondo della sua anima solo e solamente al Santo, benedetto Egli sia, fino al punto di non sentire alcuna preoccupazione, questo stesso risveglio fa sì che D-O si comporti con lui allo stesso modo, e gli mandi del bene (anche se non gli spetterebbe).” Anche se, secondo i suoi calcoli, l’uomo pensa di meritare, D-O non voglia, la disgrazia, questa non verrà su di lui. L’Ebreo sa che il Santo, benedetto Egli sia, è il bene assoluto. L’Ebreo si fida di D-O e affida a Lui ogni cosa. L’Ebreo dice a D-O: “Tu, Che sei il D-O buono, farai certamente per me ciò che è buono in modo percepibile e manifesto. Io sono certo che Tu risolverai il problema.”

Si scopre qui un merito nuovo

Questo abbandono, questa capacità di affidarsi, lo sforzo della persona di non lasciarsi cogliere dall’angoscia, dalla paura, nonostante tutto – proprio questo sforzo viene a costituire il nuovo merito che gli si ascrive. È questo tipo di lavoro interiore che porta la bontà e la grazia Divina a manifestarsi, è esso stesso che fa sì che il bene fluisca da D-O, anche nel caso in cui, D-O non voglia, la persona non lo meriti, a causa del suo comportamento precedente. Secondo questo sorprendente concetto, il Rebbe spiega ora la domanda posta all’inizio del discorso, riguardo all’episodio che ricorda la paura provata da Moshè Rabèinu, ancor prima che il fatto fosse arrivato a conoscenza di Parò. Il timore di Moshè fu la causa del fatto che Parò volle ucciderlo! Moshè aveva salvato l’Ebreo e ucciso l’egiziano. Dopo di ciò egli sentì che la cosa si era risaputa, e la paura entrò nel suo cuore: “Ebbe timore”. Il Rebbe spiega che Moshè non solo ebbe paura nel suo cuore, ma espresse anche verbalmente questo sentimento. Per questo la Torà fa notare che: “Moshè ebbe timore e disse: ‘Certo la cosa si è venuta a sapere'”. La paura diventò un qualcosa di reale, un’entità concreta, e ciò fece sì che “Parò udì questo fatto e si propose di uccidere Moshè”. Se Moshè non avesse avuto paura, la cosa sarebbe stata dimenticata e sarebbe passata inosservata. La paura stessa fu quella che, in fin dei conti, fece sì che egli fosse costretto a fuggire… In una delle note a piè di pagina di questo discorso, il Rebbe riporta un racconto della Ghemarà (Berachòt 60:1), a proposito di uno degli allievi di rav Hamnuna, che mentre camminava dietro a lui, sospirò a causa dei suoi problemi. Gli disse allora rav Hamnuna: “Sei in cerca di sofferenze? Perché sospiri? Come dice la Ghemarà: ‘Le sofferenze arrivano a chi sospira, come è detto – ‘Poiché ogni malanno che temevo mi è capitato addosso, e ciò di cui avevo paura mi raggiunse’ (Giobbe 3:25). La paura, i sospiri hanno potere. Essi portano problemi. È vero, la paura è un sentimento naturale. È vero, sospirare è naturale. Ma quando l’uomo si fa trasportare dal sospiro, è esso che poi provoca i problemi, D-O ci scampi.

La cosa è nelle nostre mani

Il Rebbe ci offre una via diversa per affrontare le difficoltà, una grandissima apertura alla speranza. Quando si presenta, D-O non voglia, una paura o una difficoltà, noi dobbiamo avere completa fiducia nel Santo, benedetto Egli sia, Che è il bene assoluto. Dobbiamo assolutamente pensare in forma positiva, senza considerare ciò come una fantasia o un’illusione. Questo, poiché D-O desidera vedere che noi riponiamo la nostra fede nel Suo bene infinito, un bene che è diverso dal bene degli esseri umani. Un bene che non viene solo come ricompensa per un favore, ma che è piuttosto il bene vero, assoluto. D-O vuole per noi solo il bene, e in forma rivelata e manifesta, ma Si aspetta che noi ci sforziamo nel lavoro della ‘bitachòn’. Questo modo di pensare ha la forza di infondere in noi la vera tranquillità, la vera serenità, la vera ‘bitachòn’. In sostanza, D-O lascia le cose in mano nostra. Noi possiamo, tramite la nostra fede e la nostra ‘bitachòn’, cambiare le cose in bene, o, senza di essa, procurarci il contrario, D-O non voglia. Con le parole del Rebbe: “Egli deve sapere che l’annullamento di questi ostacoli ed impedimenti dipende da lui e dal suo comportamento… È stato infatti promesso che “Pensa bene, sarà bene”, si realizzerà nei fatti, che si annulleranno tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, e le cose andranno bene per lui concretamente, in modo rivelato e manifesto, visibile ai suoi occhi, in questo mondo materiale (traduzione libera)”. Il Midràsh dice che nella redenzione dall’Egitto, il popolo è stato redento per merito della ‘bitachòn’ (Midràsh Tehillìm 22). Un altro Midràsh dice che, anche ai nostri giorni, la redenzione verrà come ricompensa per il fatto stesso di aver sperato in essa. Quando gli Ebrei sperano e hanno completa fiducia nel fatto che venga la redenzione, nonostante non la meritino, e non si rattristano, non hanno paura e non si scoraggiano, ma rimangono fermi nella loro ‘bitachòn’ che essa verrà, essi divengono meritevoli di essere redenti, anche se non lo sarebbero rispetto alle loro azioni. E così sia per noi, amen! Ognuno sa di non meritare veramente la redenzione, ma grazie al lavoro interiore della ‘bitachòn’ e alla fede che “Vicina a venire è la Mia salvezza” (Isaia 56:1), meriteremo che il Santo, benedetto Egli sia, ci redima con la Redenzione vera e completa, redenzione generale per tutto il popolo d’Israele, e redenzione personale per ognuno di noi, in tutti i particolari della nostra vita.

(Basato sul discorso del Rebbe di parashà Shemòt del 5726, che si trova in Likutèi Sichòt, vol. 36, pag. 1- 6)

 

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