Dopo la divisione arriva l’unione Pubblicato il 13 Maggio, 2021

Il primo giorno del mese di Sivàn, i Figli d’Israele arrivarono nel deserto del Sinai: "e Israele si accampò lì, di fronte al monte", “come un solo uomo, con un solo cuore”. L’unione del popolo d'Israele è la via per ricevere la benedizione Divina.

“Come un solo uomo con un solo cuore”
Il primo giorno del mese di Sivàn, i Figli d’Israele arrivarono nel deserto del Sinai e si accamparono ai piedi del monte Sinai. La Torà inizia a raccontarci ciò usando i verbi al plurale, per passare subito dopo al singolare: “E giunsero nel deserto del Sinai e si accamparono nel deserto, e Israele si accampò lì, di fronte al monte” (Shemòt 19:2). Rashi spiega che questo accamparsi fu “come un solo uomo, con un solo cuore”, al contrario delle volte precedenti, che furono in uno spirito di contesa e di discordia. Questa unione fu la preparazione a ricevere la Torà. Cosa si rileva di nuovo in questa unione? I Figli d’Israele non furono già in uno stato di perfetta unione al momento della loro uscita dall’Egitto, nel mese di Nissàn? Troviamo scritto, infatti: “Uscirono tutte le schiere dell’Eterno” (Shemòt 12:41), come un esercito. Un esercito, per sua stessa definizione, esprime unione e non c’è differenza fra un soldato e l’altro: essi sono tutti uguali. Cosa si rivelò quindi di nuovo, il primo giorno del mese di Sivàn?

L’innovazione a Sivàn
Di fatto, vi è una sostanziale differenza fra l’unione che ci fu al momento dell’uscita dall’Egitto e quella alla quale arrivarono i Figli d’Israele, prima del Matàn Torà. Al momento dell’uscita dall’Egitto i Figli d’Israele non erano ancora suddivisi in diversi gruppi. Ad esempio, non si era ancora formata la divisione in Cohanìm (Sacerdoti), Leviìm (i membri della tribù di Levi) e Israèl (tutti gli altri). Il Santo, benedetto Egli sia, portò tutti “su ali di aquila” (Shemòt 19:4), e quando non vi è differenza fra un uomo e l’altro, il fatto di essere uniti fra loro non costituisce una novità particolare. Il primo giorno di Sivàn, invece, il Popolo d’Israele era già diviso in diversi gruppi, e aveva già vissuto momenti di “contesa e discordia”. In ciò si manifestò la loro nuova e più elevata forma di unione: l’aver raggiunto cioè un’unione vera e completa, nonostante le divisioni, “come un solo uomo con un solo cuore”.

Arriverà il terzo
La particolarità di questa unione si esprime anche nel numero del mese di Sivàn, che è ‘il terzo mese’, all’opposto del mese di Nissàn, che è ‘il primo’ mese. Il numero uno rappresenta, apparentemente, l’unione più perfetta: esiste una sola realtà e nient’altro al di fuori di essa. In effetti, però, questa non è una vera unione, poiché quando non c’è divisione e non c’è nulla che si contrapponga, il concetto di unione non ha significato. La divisione inizia dal numero due. Allora noi cominciamo ad avere due cose, che a volte sono opposte e persino in totale contrasto. È detto che, ‘quando due passaggi della Torà si contraddicono l’un l’altro’, arriva il numero tre e crea una vera unione: ‘arriva il terzo passaggio e li concilia’.

La forza si rinnova
Questa è la qualità dell’unione che si creò nel ‘terzo mese’, dopo che si erano già formate le divisioni nel popolo d’Israele e, nonostante queste, si arrivò all’unione, e addirittura all’unione più completa: “come un solo uomo con un solo cuore”. Trovandoci in quei giorni nei quali si formò una simile unione meravigliosa, anche noi oggi riceviamo la forza di rinnovare una tale unione, e ciò accade ogni anno, quando ci prepariamo alla festa di Shavuòt. Noi dobbiamo ricordare che l’unione vera è proprio quella che viene dopo che si è formata una differenziazione di gradi e persino un contrasto fra di essi, ed allora arriva la Torà, con la sua forza di unire tutto il popolo d’Israele. L’unione è anche la via per ricevere la benedizione Divina, fino a quella più importante: la Redenzione vera e completa.
(Toràt Menachem Itvaduiòt, 5742, vol. 3, pag. 1491-1505)

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