Il pane dal cielo Pubblicato il 24 Maggio, 2021

La lettura della parashà della manna fa discendere qui nel mondo la luce dello Shabàt, che ha il potere di scendere al livello più basso, e allo stesso tempo conservare le sue qualità essenziali.

“Quando, di notte, la rugiada scendeva sull’accampamento, la manna vi si posava sopra.” (Bemidbàr 11: 9)
Cosa fare, se ci dovessimo trovare nella situazione di non sapere quale parashà si debba leggere in un determinato Shabàt? È riportato nei testi, a nome di Rabbi Saadia Gaòn, che se non sappiamo quale sia la parashà della settimana, dobbiamo leggere la ‘parashà della manna’ (compresa nella parashà Behaalotechà), che racconta del miracolo della discesa dal cielo della manna nel deserto. La spiegazione che ne viene data, è che questa parashà fu detta di Shabàt. Ma si pone allora la domanda: essendoci altre parashòt che furono pronunciate di Shabàt, prima fra le quali addirittura quella dei Dieci Comandamenti (il Matàn Torà infatti ebbe luogo di Shabàt), perché viene scelta proprio la parashà della manna? Dobbiamo dedurre quindi che, oltre al fatto di essere stata detta di Shabàt, debba esserci anche un nesso interiore e di contenuto fra lo Shabàt e la parashà della manna.

Operò una purificazione
La manna viene chiamata dalla Torà ‘pane dal cielo’, tanto che c’è anche un’opinione secondo la quale su di essa venisse detta la benedizione “Che fai uscire il pane dal cielo”. La sua qualità consisteva nel fatto che non era necessario faticare per ottenerla, e anche che veniva assorbita interamente dal corpo, senza lasciare scorie. Questi pregi materiali venivano ad esprimere le sue qualità spirituali. La manna aveva dei poteri spirituali prodigiosi, in grado di operare una purificazione in coloro che la mangiavano. Per questo dissero i nostri Saggi: “La Torà non fu data da studiare se non a coloro che mangiavano la manna”. Questa influenza superiore ed elevata della manna agiva su tutti i tipi di persone che si potevano trovare nel popolo d’Israele, persino sui malvagi. La differenza fra i giusti ed i malvagi riguardava solo la misura di purificazione operata dalla manna, ma non il fatto di per sé di agire. I nostri Saggi spiegano che vi era una differenza fra i giusti, gli uomini medi ed i malvagi: per i giusti, la manna scendeva alla soglia della loro casa; gli uomini medi, uscivano a raccoglierla; i malvagi dovevano andare in giro e sforzarsi per trovarla. Anche i malvagi comunque si nutrirono della manna ed assorbirono la sua influenza elevata (anche se non sempre ciò li portò a pentirsi, a fare teshuvà).

La manna e lo Shabàt
Il significato di ciò è che le qualità particolari della manna, in quanto ‘pane dal cielo’, non vengono intaccate né quando essa viene mangiata dai malvagi e neppure quando questo cibo Divino viene digerito da essi, trasformandosi nel loro stesso sangue e nella loro stessa carne. La manna preservava le sue speciali virtù in ogni situazione. È questo il punto nel quale si esprime la somiglianza fra la manna e lo Shabàt. Lo Shabàt, come la manna, non perde nulla del suo grado superiore, nel suo discendere qui in basso. Esso conserva la sua santità anche ai livelli più bassi, ed agisce anche lì.

Conserva le sue qualità
La Ghemarà dice che neppure il malvagio completo mente di Shabàt. Questo non vuol dire che di Shabàt egli abbia smesso di essere malvagio. Egli rimane malvagio, ma la luce dello Shabàt fa sì che egli non menta. Così anche per quel che riguarda il mangiare ed il bere: durante i giorni della settimana, l’Ebreo deve mangiare solo ciò che la salute del suo corpo richiede, senza pensare al proprio piacere. Di Shabàt, invece, è un precetto quello di trarre piacere dal bere e dal mangiare, ed il piacere di per sé si santifica e diviene un precetto. Lo Shabàt può quindi elevare anche le cose più basse. Per questo bisogna leggere la parashà della manna, quando non sappiamo quale parashà si legga di Shabàt. La lettura della parashà della manna fa discendere qui nel mondo la luce dello Shabàt, che ha il potere di scendere al livello più basso, e allo stesso tempo conservare le sue qualità essenziali.

(Da Likutèi Sichòt, 4, pag. 1035)

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