Il riposo dello Shabàt: nel pensiero, nella parola e nell’azione Pubblicato il 4 Febbraio, 2021

La persona devota che cerca di emulare le vie di D-O, si asterrà anche dai pensieri mondani, di Shabàt, poiché D-O si riposò nel settimo giorno dai pensieri della creazione.

Il comando del riposo dello Shabàt
Nei Dieci comandamenti che noi leggiamo nella parashà Itrò, è compreso quello che impone di osservare lo Shabàt. La Torà si esprime così: “Il settimo giorno è Shabàt per l’Eterno, il tuo Signore…” (Shemòt 20:10). Dall’enunciazione di questo comandamento, i nostri Saggi apprendono che noi dobbiamo astenerci in questo giorno, non solo dal lavoro fisico produttivo, ma anche dal parlare di tale lavoro. Infatti, proprio come il settimo giorno D-O si riposò, cessando la Sua creazione operata tramite ‘dieci pronunciamenti’ o ‘espressioni di volontà’, così anche noi dobbiamo astenerci anche dal semplice parlare di qualsiasi lavoro creativo. Non solo, i nostri Saggi aggiungono anche che la persona veramente pia, di Shabàt non deve neppure lasciare che il proprio pensiero si occupi di lavoro. La ragione di ciò è che D-O ha creato con la Sua parola il mondo rivelato e con i Suoi pensieri i mondi nascosti; quindi, così come Egli si riposò nel settimo giorno dalla Sua opera creativa, cessando sia quella derivante dalla parola che quella derivate dal pensiero, anche la persona pia riposerà da tali attività. Ma se la ragione per la quale l’uomo deve cessare il suo lavoro fisico creativo è la stessa sia per quel che riguarda l’azione che la parola, perché nella Torà troviamo solo la proibizione concernente l’azione, mentre quella che riguarda il pensiero è solo un decreto rabbinico, e per quel che riguarda il pensiero non esiste neppure un divieto, ma semplicemente gli uomini pii se ne astengono?

Differenza fra pensiero, parola ed azione
L’azione è molto differente sia dalla parola che dal pensiero, poiché essa coinvolge anche ciò che è all’esterno della persona stessa. Il pensiero e la parola prendono forma all’interno della persona. Il pensiero rivela a se stessi le proprie idee e le proprie emozioni, mentre la parola, poi, le rivela agli altri. Vi è tuttavia una grande differenza tra il pensiero e la parola in relazione all’azione. I pensieri umani sono astratti e non si collegano direttamente all’azione. Per questo, i propri pensieri possono influenzare solo la persona stessa. La parola, invece, è prodotta espellendo aria e richiede quindi il coinvolgimento fisico della propria lingua, delle proprie labbra, ecc. Proprio per il fatto che essa è tanto più vicina all’azione, ha il potere di spingere altri ad agire, cosa che non avviene invece col pensiero, che non è direttamente collegato all’azione. Tutto ciò vale per l’essere umano. I pensieri di D-O, invece, sono perfettamente in grado di portare all’azione, e cioè alla creazione. L’unica differenza fra i Suoi pensieri e la Sua parola è che i Suoi pensieri, essendo più sublimi, danno esistenza a creature che sono più spirituali, mentre la Sua parola, che è a un livello inferiore, crea cose rivelate. Alla luce di quanto detto, è chiaro che il pensiero dell’uomo non può essere comparato a quello di D-O, dal momento che l’uomo non può influenzare le azioni degli altri col suo pensiero, mentre il pensiero di D-O è in grado di farlo e lo fa. La parola dell’uomo, invece, nella misura in cui può costringere all’azione esteriore, assume qualche somiglianza con la parola di D-O.

Possiamo emulare le vie di D-O
Per riassumere, i fattori che comportano l’astensione dal lavoro di Shabàt concernente l’azione, la parola e il pensiero possono essere compresi in questo modo: il motivo generale che è all’origine della proibizione del lavoro di Shabàt è “Poiché in sei giorni, D-O fece il cielo e la terra… e al settimo giorno riposò” (Shemòt 20:11). Questo poiché all’uomo è richiesto di emulare il Creatore. Ma dato che il riposo di D-O nello Shabàt comporta anche quello della parola e del pensiero, e per quel che riguarda l’uomo, invece, il pensiero e la parola non portano necessariamente all’azione, il comando della Torà di riposare di Shabàt non comprende una cessazione del pensiero e della parola riguardanti il lavoro e la vita quotidiana. Tuttavia, dal momento che riguardo alla parola vi è un minimo termine di paragone che è possibile fare fra noi e D-O, i nostri Saggi, che avevano il potere di imporre delle proibizioni che fossero simili a quelle della Torà, proibirono anche di parlare del lavoro fisico produttivo. I pensieri dell’uomo concernenti il lavoro, invece, non possono in alcun modo essere paragonati al pensiero Divino, cosicché non vi è neppure alcun motivo per cui essi debbano essere soggetti ad una proibizione rabbinica. Pur tuttavia, la persona devota che cerca di emulare le vie di D-O, si asterrà anche dai pensieri mondani, di Shabàt, poiché D-O si riposò nel settimo giorno dai pensieri della creazione.
(Da Likutèi Sichòt, vol. 11, pag. 80-85)

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