Rispetto per il prossimo Pubblicato il 3 Febbraio, 2021

Se ogni uomo è stato creato a immagine di D-O, quando noi offendiamo il prossimo, offendiamo anche il Santo, benedetto Egli sia, mentre quando ci comportiamo con amore e rispetto per il nostro prossimo, con ciò noi esprimiamo amore per D-O e onore per il Cielo.

“Non dovrai salire per mezzo di gradini sul Mio altare” (Shemòt 20:23)
Al termine della parashà Itrò, la Torà avverte i sacerdoti di non salire sull’altare per mezzo di gradini (ma solo su di un piano inclinato liscio): “Non dovrai salire per mezzo di gradini sul Mio altare”. Perché? La Torà stessa spiega così il suo avvertimento: “affinché su di esso non si scopra la tua nudità”. Per salire su dei gradini, infatti, si devono allargare i passi e ciò porta facilmente a scoprire le nudità, cosa che è irriguardosa verso le pietre dell’altare. Da qui si apprende l’insegnamento che riguarda il giusto comportamento dell’uomo verso il suo prossimo, come dice Rashi, basandosi sul midràsh (Mechiltà): “Quanto detto rivela il seguente ragionamento a fortiori: come nel caso di queste pietre, che non hanno sensibilità… ha detto la Torà: dato che esse servono a qualcosa di utile, non comportarti con esse con dispregio; così, a maggior ragione, non farlo con il tuo compagno, che è a immagine del tuo Creatore e viene ferito se oltraggiato”.

Le pietre non sentono
Si pone qui la domanda: possibile che la proibizione di trattare con dispregio un altro Ebreo noi lo dobbiamo imparare a fortiori proprio dalle pietre dell’altare?! In fondo, questa proibizione sembra essere una cosa semplice e logica, inclusa anche nel precetto di “amare il tuo prossimo come te stesso” e in altri divieti della Torà! Qui, però, noi impariamo un particolare speciale, che va spiegato. Primo, le pietre non sentono il dispregio. Secondo, non si parla qui di un atteggiamento di noncuranza e dispregio (cosa che era vietata in ogni area del Tempio), ma di un salire dei gradini che solo può essere interpretato o sembrare un uso irriguardoso. Se quindi una simile cosa è vietata anche nei confronti di pietre, quanto più bisogna essere attenti riguardo al prossimo.

Cosa si impara dall’altare
Vi è un’opinione nella Ghemarà, secondo la quale il dovere di risarcire il prossimo per averlo svergognato riguarda solo il caso in cui chi ne è stato vittima ha provato vergogna. Nel caso in cui invece, per fare un esempio, qualcuno svergogna un uomo mentre questi sta dormendo, e neppure in seguito egli ne viene a conoscenza, poiché subito dopo muore, chi ha recato l’offesa non è tenuto ad alcun risarcimento per averlo svergognato. Su questo si basa il ragionamento a fortiori che si deduce invece dalle pietre dell’altare. Noi impariamo qui infatti che, persino nel caso in cui la ‘vittima’ non è consapevole della manifestazione di dispregio nei suoi confronti, e persino nel caso in cui chi provoca la vergogna non compie un atto vero e proprio di dispregio, ma solo un’azione che può essere interpretata come dispregio, anche in quel caso bisogna mettere in guardia contro azioni come queste.

L’onore del Cielo
Nelle parole di Rashi troviamo l’allusione ad un aspetto più profondo della proibizione di mancare di rispetto verso il prossimo. Rashi mette in risalto il fatto che il tuo compagno è “a immagine del tuo Creatore”. Ciò significa che, se ogni uomo è stato creato a immagine di D-O, quando noi offendiamo il prossimo, offendiamo anche il Santo, benedetto Egli sia. E dato che D-O vede tutto e sente ogni cosa, anche nel caso che il prossimo stesso non sia consapevole dell’offesa, non è opportuno sminuire la gravità della cosa nei confronti di D-O. Se tutto ciò vale per l’aspetto negativo, quanto più per quello positivo: quando ci comportiamo con amore e rispetto per il nostro prossimo, con ciò noi esprimiamo amore per D-O e onore per il Cielo. Questo amore risveglia e rivela l’amore di D-O per il popolo d’Israele, cosicché egli eleva l’onore di Israele persino agli occhi delle nazioni e porta la Redenzione vera e completa al più presto e di fatto.
(Da Likutèi Sichòt, vol. 21, pag. 119)

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