Al precetto della carità partecipa anche il povero Pubblicato il 3 Febbraio, 2022

Il povero deve sapere che il fatto di essere nutrito dalla bontà delle creature è per volontà Divina, perché venga fatto del bene nel mondo. Anche ricevere la carità deve essere considerato quindi come servizio Divino.

“Prendano per Me un’offerta” (Shemòt 25:2)
Sul verso “Prendano per Me un’offerta”, che apre la parashà Terumà, Rashi commenta l’espressione “per Me”, spiegando che l’offerta per la costruzione del Santuario doveva essere effettuata con un’intenzione pura verso D-O, senza alcun interesse secondario. Cos’ha di così speciale e diverso proprio questo precetto, tanto che la Torà ritiene di dover evidenziare la particolare intenzione con la quale esso deve essere compiuto?

L’essenziale è l’azione
Questa domanda si impone ancora di più, se si considera che proprio riguardo ad un precetto di questo tipo si potrebbe pensare che l’intenzione sia invece di secondaria importanza, rispetto all’azione. Il Baal Shem Tov riporta due esempi di precetti il cui aspetto essenziale è l’adempimento e non tanto l’intenzione: il primo è l’immersione nel ricettacolo di acque lustrali, ai fini della purificazione (mikvè). La cosa principale qui è l’immersione stessa, il fatto stesso che il corpo si trovi nell’acqua purificatrice. Secondo l’halachà, persino nel caso che si sia riversata un’ondata di acqua sulla persona, questa deve considerarsi purificata. Il secondo esempio riguarda il fare la carità. Anche in questo caso l’essenziale è l’azione. La questione dell’intenzione del donatore non ha alcuna importanza per quel che riguarda il povero. Perché quindi la Torà assegna un’importanza così speciale proprio al precetto dell’offerta per la costruzione del Santuario?

Un Santuario nel cuore
La Torà definisce lo scopo della costruzione del Santuario dicendo: “Mi farete un Santuario ed Io dimorerò in essi” (Shemòt 25:8). Viene chiesto in proposito perché sia detto “e dimorerò in essi” e non in esso, nel Santuario. I nostri Saggi spiegano che l’intenzione fu proprio questa: “e dimorerò in essi”, il risiedere della Presenza Divina nel cuore di ogni Ebreo. La costruzione del Santuario dà all’Ebreo la forza di santificare la propria vita quotidiana e di renderla come un santuario per D-O. All’Ebreo è richiesto, e ne ha la capacità, di servire D-O non solo al momento della preghiera, dello studio della Torà e dell’adempimento dei precetti, ma anche quando mangia, quando beve, e in tutte le sue occupazioni, facendo tutto ciò per amore di D-O, in un modo che risponda al detto: “In tutte le tue vie conosciLo” (Proverbi 3:6). La costruzione del Santuario ha permesso all’Ebreo di legare tutto se stesso e tutta la sua vita a D-O. Ora si comprende come mai fosse necessario che le offerte per la costruzione del Santuario fossero portate con intenzione particolare, rivolta esclusivamente a D-O, senza la commistione di alcun interesse secondario. Questa offerta non può essere paragonata alla semplice carità. In essa, l’essenziale è il legame e l’unione con D-O, ed è perciò che, proprio qui, l’intenzione del cuore è della massima importanza.

L’intenzione del povero
Alla luce delle cose dette, che collegano l’ordine di costruire un Santuario all’obbligo di ogni Ebreo di essere egli stesso un santuario per D-O in tutte le proprie vie, si comprende anche perché il verso dica “Prendano per Me un’offerta” e non, come sembrerebbe più appropriato, “Diano a me un’offerta”. Quando si fa la carità vi è colui che ‘dà’ e colui che ‘prende’, il povero. Qui, tutta la questione dell’intenzione riguarda colui che dà; quali intenzioni potrebbe avere infatti il povero, se non quella di portare il pane a casa? Dice la Torà che anche il “Prendano” deve essere ‘per Me’, esclusivamente per amore di D-O. Anche l’atto necessario di ricevere la carità è parte del servizio Divino. Non è un fatto casuale che una certa persona sia povera e un’altra ricca. Fa parte del volere Divino stabilire che uno sia povero e l’altro ricco. Il povero deve sapere che il fatto di essere nutrito dalla bontà delle creature è per volontà Divina, perché venga fatto del bene nel mondo. Quando riceve la carità, egli deve sentire di essere partecipe dell’atto di carità e bontà, e che in questo modo egli assolve al suo compito nel mondo. Anche ricevere la carità deve essere considerato quindi come servizio Divino.

(Da Likutèi Sichòt 3, pag. 908)

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