Vita, morte e realtà Pubblicato il 27 Dicembre, 2023

Rashi, citando il Talmùd, afferma: "Yacov, nostro padre, non è morto". Cosa si intende con ciò? In fondo, la Torà stessa descrive la 'morte' di Yacov e le operazioni che l'hanno seguita. Eppure, nostro padre, Yacov, è vivo!  

     “Quando Yacov ebbe finito di dare disposizioni ai suoi figli, ritrasse i piedi dentro il letto, e spirò, e si riunì alla sua gente.” (Genesi 49:33)
Nel descrivere lo “spirare” di Yacov, la Torà evita accuratamente di usare il termine “ed egli morì”, espressione, che ritorna, invece in tutti gli altri casi di morte, compresa quella di Avrahàm (Genesi 25:8) e di Izchàk (35:29). Al suo posto, essa usa l’eufemismo “ed egli spirò” e “si riunì alla sua gente”. Da qui deriva la conclusione di Rabbi Yochanàn, uno dei saggi del Talmud, che “Nostro padre Yacov non è morto.”
Il Talmùd (Taanit 5b) riporta il seguente dialogo fra Rav Nachman e Rav Izchàk:
Rav Nachman disse a Rav Izchàk: “Così disse Rabbi Yochanàn: Nostro padre Yacov non è morto.”
Chiese Rav Izchàk: “Fu così, senza motivo, che egli elogiatori elogiarono, gli imbalsamatori imbalsamarono e i seppellitori seppellirono?”
Rispose Rav Nachman: “Io mi limito a citare un verso. È scritto: ‘E tu, Yacov, Mio servo, non temere, – dice D-O –e non ti spaventare, Israele, poiché, ecco, Io porterò in salvo te da paesi lontani e la tua discendenza dalla terra del suo esilio’ (Geremia 30:10). Il verso equipara Yacov e i suoi discendenti: così come i suoi discendenti sono vivi, egli, anche, è vivo.”
Vi sono due possibili interpretazioni di questo dialogo. Un punto di vista, secondo alcuni commentatori del Talmùd, è che l’affermazione “Yacov non è morto” non vada presa in senso letterale, fisico. Dopotutto, come Rav Izchak mette in evidenza, Yacov fu elogiato, imbalsamato e sepolto. L’affermazione avrebbe, quindi, un senso concettuale, spirituale: Yacov è vivo poiché la sua influenza continua a vivere. È questo, infatti, il significato della deduzione di Rav Nachman del verso in Geremia, “così come i suoi discendenti sono vivi, egli, anche, è vivo”: fin quando i suoi discendenti disseminano i suoi insegnamenti e portano avanti la sua opera, Yacov è vivo.
Questa interpretazione, tuttavia, non arriva a spiegare l’unicità dell’eternità di Yacov: lo stesso può essere, ed è detto, di tutti quei giusti, i cui figli o allievi perpetuano la loro vita.
In altre parole, per una persona, per la quale il significato della vita consiste nel perseguire ed ottenere mete materiali, la vita, effettivamente, cessa, quando la sua anima lascia il corpo. Uno, per cui, invece, la vita è definita nei termini della sua influenza positiva sugli altri, non è meno vivo dopo la sua “morte” fisica, dal momento che la sua influenza positiva sugli altri continua, fintantoché i suoi insegnamenti vengono studiati, le sue direttive vengono seguite e le sue azioni vengono emulate. Egli è addirittura più vivo di prima, dato che la sua anima, ora, si relaziona ai suoi allievi, libera dai vincoli fisici del tempo e dello spazio.
Questo, però, è vero per tutti coloro che vivono “non una vita di carne, bensì una vita spirituale.” Ma è solo nel caso di Yacov, che la Torà si rifiuta di dire “egli morì”. È solo riguardo Yacov, che il Talmùd afferma, inequivocabilmente: “Yacov, nostro padre, non è morto.” Rabbi Yochanàn e Rav Nachman sembrano dire qualcosa di più della ovvia verità, che la vita di uno zadìk è eterna, nel senso non fisico.
Di fatto, Rashi comprende l’intenzione del Talmùd nel suo senso più letterale. Nel suo commento al verso citato, egli scrive: “Nostro padre Yacov non è morto, ma vive per sempre… Il fatto che ‘imbalsamatori imbalsamarono’, fu solo poiché essi pensarono che era morto.” La prova di Rabbi Nachman, che si basa sul verso di Geremia che dice:  “Così come i suoi discendenti sono vivi, egli, anche, è vivo”, non va capita nel senso che Yacov continua a vivere nella vita dei suoi discendenti, ma che, “così come, quando (D-O) raccoglie il popolo d’Israele dalla terra del loro esilio, Egli raccoglie i vivi, poiché sono essi ad essere in esilio, dato che i morti non sono in esilio, così anch’egli (Yacov) è vivo, e D-O lo prenderà dall’esilio e redimerà i suoi figli davanti ai suoi occhi. Il fatto che gli ‘imbalsamatori imbalsamarono’, fu solo perché ad essi sembrò che egli fosse morto, ma in verità era vivo.”
Noi abbiamo, quindi, due modi di vedere la realtà: la realtà definita dalla Torà, nella quale Yacov non è morto, e la realtà degli “elogiatori, imbalsamatori e seppellitori”, che percepirono un Yacov privo di vita. Secondo la prima interpretazione delle parole di Rav Nachman e Rav Izchak, la differenza sta nel vedere la realtà in termini spirituali o fisici: se la “vita” è uno stato spirituale, la vita di Yacov non è influenzata dal decesso del suo corpo; se la “vita” è definita da criteri fisici, Yacov, in effetti, non è vivo.
Secondo l’interpretazione di Rashi, entrambe le prospettive si riferiscono alla realtà fisica: mentre per gli “elogiatori, imbalsamatori e seppellitori” il corpo di Yacov era un corpo dal quale la vita si era dipartita, la Torà attesta l’esistenza di un piano di realtà più elevato e più vero, una realtà in cui Yacov rimane fisicamente vivo. Yacov è l’incarnazione dell’attributo di verità, e la verità, nel senso definitivo ed assoluto del termine, non tollera equivoci. Una vita confinata al piano spirituale può essere abbastanza “vera” per altri giusti, uomini o donne, della storia, ma nella verità di Yacov, essenza e compendio stessi della verità, non vi sono verità parziali o relative.
Dire che la vita di Yacov è eterna spiritualmente, ma non fisicamente, dire che la sua vita fisica si protrasse per un certo numero di anni, e poi  venne a cessare, è un togliere qualcosa alla sua verità, e tutto ciò che riguarda Yacov è completamente e assolutamente vero.
Il fatto che il corpo di Yacov sia sembrato morto ai servi Egiziani di Yosèf o ai figli stessi di Yacov, non diminuisce in nessun modo l’attestare della Torà, che Yacov non è morto, né spiritualmente, né fisicamente. La Torà è il fondamento e l’essenza della creazione, e l’arbitro supremo della realtà; se gli occhi mortali e l’intelletto non riescono a confermare ciò che la Torà stabilisce, come fatto, ciò non sminuisce in nessun modo la verità della Torà, nella sua descrizione della realtà.
La perplessità di Rav Izchak è dovuta al fatto, che la Torà stessa descrive gli eventi relativi alla ‘morte’ di Yacov, come fatti effettivamente accaduti, in cui Yosèf e i suoi fratelli si comportarono, così come si sarebbero dovuti comportare, avendo avuto la percezione, che l’anima di Yacov avesse abbandonato il corpo.
La risposta di Rav Nachman è che, nonostante tutto ciò, la Torà considera chiaramente Yacov come vivo, e vivo nello stesso modo di come sono vivi i suoi discendenti: anime che risiedono in corpi fisici. Così, se la risposta dei figli di Yacov alla sua ‘morte’ fu una risposta corretta, secondo la Torà, che ha comandato di fare lutto e seppellire Yacov, ciò è solo perché la Torà si relaziona e istruisce la realtà, a tutti i livelli, compreso il livello nel quale viene percepito, che la vita di Yacov è cessata. Allo stesso tempo, la Torà attesta l’esistenza di una realtà più elevata, secondo la quale la verità e l’eternità di Yacov non sono in alcun modo compromesse, né a livello spirituale, né a livello fisico.
Dal momento che D-O ha voluto che la Torà servisse da guida alla vita fisica, Egli l’ha progettata in modo da conformarsi alle sue regole ed alle sue norme. Per questo, la Torà è soggetta alle leggi della natura e non può, o non deve soprassederle. D’altro canto, la Torà, in quanto sapienza e volontà Divine, precede e trascende la creazione stessa e non è asservita alla legge di natura. La natura è solo il suo modo di operare: la Torà confina se stessa nel regno della natura, poiché la sua funzione è quella di evolvere e perfezionare la realtà fisica, e non di fuggire da essa o di sovvertirla.
È vero che la Torà stessa racconta il credito e le istruzioni, che essa dà, riguardo al comportamento di coloro, che percepirono Yacov come morto. La Torà, infatti, opera nella realtà fisica, e, addirittura, nella percezione finita dell’uomo della realtà fisica. Allo stesso tempo, però, la Torà è completamente libera dai suoi limiti e convenzioni.
La Torà non è né soggetta alla realtà naturale, né separata da essa. Essa abbraccia e comprende sia il naturale sia il soprannaturale, trascende la natura, anche se la pervade e la definisce, rendendo reale l’impossibile, anche quando impiega solo i mezzi più naturali possibile, per fare ciò.

(Basato su Likutèi Sichòt, VaYechì 5751; vedi anche Likutèi Sichòt, vol. 26 pag. 1-9)

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