Intenzione e realizzazione Pubblicato il 19 Giugno, 2025
Il peccato delle spie derivò dal fatto che essi preferirono il collegamento spirituale nel deserto, all’adempimento della Torà e dei precetti in modo concreto, nella Terra d’Israele. Ma “l’essenziale è l’azione”.
“Io sono il Signore vostro D-O. Perché è stata accostata la sezione di colui che raccoglieva la legna a quella dell’idolatria?” (Rashi, Bemidbar 15:41)
La parashà Shelàch inizia con il racconto delle spie e termina con la legge che riguarda chi ha commesso peccato di idolatria e con la storia dell’Ebreo che raccoglieva la legna di Shabàt. Rashi cita il commento di Rabbi Moshè HaDarshàn sul motivo per il quale le due sezioni riguardanti l’idolatria e colui che raccoglieva la legna sono state accostate: “Per affermare che chi profana lo Shabàt è come chi compie culto idolatrico, poiché anche l’osservanza dello Shabàt equivale a tutti i precetti”. Questo spiega l’accostamento delle due sezioni, ma resta ancora da trovare il filo che collega questi due argomenti con quello centrale della parashà: la vicenda delle spie.
Peccare solo per l’apparenza
Nel peccato dell’idolatria noi troviamo un fatto interessante: questo è uno dei peccati più gravi, del quale è detto: “(piuttosto) si lasci uccidere, ma non lo commetta”. Ebrei in tutte le generazioni hanno sacrificato la loro vita per la santificazione del nome di D-O, disponibili a tutto pur di non non rinnegare D-O. Essi hanno scelto di morire anche quando era stato chiesto loro di mostrare espressioni di idolatria solo in apparenza, come prostratrsi davanti ad una statua, un atto puramente esteriore, senza per questo credere e accettare la religione estranea. Un simile fenomeno richiede una spiegazione: il punto essenziale del peccato dell’idolatria non è forse la fede nel cuore, e cioè che un Ebreo creda, D-O non permetta, in una realtà diversa, oltre a quella di D-O? Un atto esteriore, senza fede, non dovrebbe quindi staccare l’Ebreo da D-O. Perché, allora, bisogna arrivare a sacrificare per questo la vita?
L’essenziale è l’azione
È qui che si esprime un fondamento centrale nel mondo dell’Ebraismo: “L’essenziale è l’azione”. L’intenzione e il sentimento che stanno dietro ad un’azione sono sì importanti, ma in questo mondo l’importanza centrale e decisiva l’assume l’azione. Per questo, un uomo che abbia compiuto un atto anche solo esteriore di idolatria, ha commesso di fatto il gravissimo peccato dell’idolatria, qualsiasi fosse la sua vera intenzione. La regola “si lasci uccidere, ma non lo commetta” riguarda l’azione stessa del peccato. Per questo Ebrei sacrificarono la loro vita, pur di non rinnegare D-O, anche solo in apparenza.
Con un’intenzione pura
È qui che noi troviamo il collegamento profondo con la sezione che riguarda il raccoglitore di legna. Il midràsh spiega che il raccoglitore di legna si comportò così spinto da un’intenzione pura. Egli sentì che, dopo il peccato delle spie, quando fu decretato che il popolo non entrasse nella Terra d’Israele, i figli d’Israele avevano iniziato a pensare che da quel momento non erano più obbligati ad osservare i precetti. Per questo “profanò lo Shabàt, così da venire ucciso e che gli altri vedessero”. Per quanto riguarda l’intenzione, non solo egli non ebbe quella di profanare lo Shabàt, ma l’opposto, la sua intenzione fu quella di rafforzare l’osservanza dello Shabàt. Anche per quel che riguarda la legge halachica pura, egli non aveva bisogno della legna che era andato a raccogliere, e quindi la sua azione era un ‘lavoro non necessario per se stesso’. Nonostante ciò fu punito, poiché l’essenziale è l’azione, e secondo la Torà, la Torà di verità, quella fu una profanazione dello Shabàt. Questo punto collega tutti gli argomenti della parashà: l’enfasi sull’importanza dell’adempimento nei fatti del comando Divino. Anche il peccato delle spie derivò dal fatto che essi preferirono il collegamento spirituale che poteva esserci con D-O, nelle condizioni offerte dalla loro vita nel deserto, all’adempimento della Torà e dei precetti in modo concreto, nella Terra d’Israele. L’insegnamento della parashà delle spie è che l’essenziale non sono le intenzioni e le emozioni elevate, ma piuttosto l’adempimento concreto dei precetti, nella Terra d’Israele. “L’essenziale è l’azione”.
(Da Likutèi Sichòt, vol. 28, pag. 93)