Come arrivare ad essere una realtà completa Pubblicato il 27 February, 2019

La parashà Vayak’hèl esprime il concetto dell’unione: unione all’interno del popolo d’Israele e unione del popolo d’Israele con il Santo, benedetto Egli sia. Per arrivare all’unione con l’altro Ebreo, l’uomo deve prima annullarsi davanti a D-O e unirsi con il suo Creatore; e perché il suo legame con D-O sia vero e completo, egli deve essere unito all’altro Ebreo e sentire che ogni Ebreo è una parte di se stesso.

machazit hashekel“E Moshè radunò (vayak’hel) tutta la congregazione dei figli d’Israele” (Shemòt 35:1)
Alcuni anni, lo Shabàt in cui si legge la parashà Vayak’hèl coincide con quello in cui viene letta la parashà Shekalìm, che dà il nome allo Shabàt stesso: Shabàt Shekalìm (lo Shabàt che precede il Capomese di Adàr, o Adàr 2 negli anni bisestili). Sia l’una che l’altra parashà esprimono il concetto dell’unione: unione all’interno del popolo d’Israele e unione del popolo d’Israele con il Santo, benedetto Egli sia. La parashà Vayak’hèl inizia con Moshè che raduna tutto il popolo d’Israele, per trasmettere loro i comandi Divini riguardanti lo Shabàt e i lavori necessari alla costruzione del Santuario. Da qui, noi possiamo apprendere che, per far dimorare D-O in mezzo ai figli d’Israele, bisogna arrivare prima all’unione, alla sensazione di essere un ‘kahàl’ unico, un’unica ‘collettività’. È ciò che noi esprimiamo ogni giorno nella nostra preghiera, quando diciamo: “Benedici noi, o Padre nostro, tutti noi (e quando? quando siamo) come uno” (dalla preghiera delle ‘Diciotto Benedizioni’).

Sei solo una metà
Lo stesso tema, in modo ancora più accentuato, è espresso anche nella parashà Shekalìm. In questa parashà c’è qualcosa di enigmatico: è nota la regola secondo la quale ogni cosa nel campo della santità debba essere intera, completa. Ed ecco che, parlando dell’offerta da dare per i sacrifici, D-O comanda che ogni Ebreo offra proprio la metà di uno shèkel! La Torà stessa fa poi notare che uno ‘shèkel’ vale ‘venti gherà’. Mezzo shèkel vale quindi dieci gherà, e questo è un numero intero. Perché allora la Torà sceglie di usare comunque il termine ‘mezzo shèkel’ e non ‘dieci gherà’?! Il significato è che ciò viene a darci un insegnamento fondamentale riguardo al servizio Divino. L’Ebreo deve sempre ricordarsi che, di per se stesso, egli non è altro che una ‘metà’. Chi lo completa e lo fa diventare una cosa intera è l’altro Ebreo. Per essere in una condizione di ‘shèkel sacro’, è necessario che l’Ebreo si unisca al suo prossimo, nel modo di “ama il tuo prossimo come te stesso”. Ed allora, quando egli è completamente unito al suo prossimo, si può parlare di un intero.

La completezza del ‘venti’
Un altro significato che riveste la ‘metà’ è il riconoscimento che, per essere una realtà completa, l’uomo deve unirsi a D-O. L’Ebreo deve sentire che la sua completezza si realizza quando egli si collega a D-O, divenendo così intero. Ciò è alluso dal fatto che lo ‘shèkel’ valga ‘venti gherà’. È noto che il mondo è alimentato e mantenuto in esistenza dalle dieci sefiròt (manifestazioni) Divine e che, in parallelo, anche nell’anima dell’uomo vi sono dieci forze, che corrispondono alle dieci sefiròt Divine. Ne deriva che l’uomo, di per sé, non è che un ‘mezzo shèkel’, ‘dieci’ nell’interezza rappresentata dal ‘venti’, e quando collega le dieci forze della propria anima con le dieci sefiròt Divine, allora egli diviene completo.

La vera riunione
Queste due interpretazioni riguardo al ‘mezzo shèkel’ sono di fatto una cosa sola. Per arrivare infatti all’unione con l’altro Ebreo, l’uomo deve prima annullarsi davanti a D-O e unirsi con il suo Creatore; e perché il suo legame con D-O sia vero e completo, egli deve essere unito all’altro Ebreo e sentire che ogni Ebreo è una parte di se stesso. Questo tipo di unione serve da preparazione all’unione vera e completa fra D-O e il popolo d’Israele e fra tutti gli Ebrei tra di loro, quando si realizzerà il ‘vayak’hel’, come è detto “…e li radunerò dalle estremità della terra…; torneranno qui in grande comitiva (kahàl)” (Geremia 31:7). Ciò avverrà al più presto, con la riunione degli esuli nella Terra d’Israele ad opera del nostro giusto Moshiach.
(dal Sèfer ha Sichòt 5752, vol. 2, pag. 440 e Sichòt Kòdesh 5752, pag. 790)

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