Il paradosso dell’esilio Pubblicato il 18 Dicembre, 2023

Il popolo Ebraico nell’esilio, può sembrare dipendere dalla benevolenza delle nazioni, dai non-Ebrei che lo circondano, per poter condurre la propria vita, in quanto Ebrei, in pace e con tranquillità. In verità è l’Ebreo ad essere il ‘padrone di casa’ del mondo, ed egli ha la capacità di influenzare le nazioni, affinché facciano la Sua volontà. E ciò in virtù del fatto che egli si è collegato a D-O.

 

  Tre interpretazioni
  All’inizio della parashà Vaygàsh, si racconta dell’incontro fra Yehuda e Yosèf: “E si avvicinò a lui (elàv) Yehuda” Questo evento può essere interpretato in tre diversi modi.

   1. Dalla prospettiva di Yehuda: Yehuda era sotto l’impressione errata che Yosèf fosse un Egiziano, secondo per potere ed importanza solo al Faraone. Il suo approccio nei confronti di Yosèf, quindi, fu quello di chi cerca di convincere un governatore non-Ebreo a rilasciare il fratello, Beniamino.  

   2. Secondo la realtà: in verità, Yehuda non aveva a che fare con un governatore non-Ebreo, ma con un ‘giusto’, con Yosèf. 

   3. Nella sfera del regno spirituale: “Yehuda” è il nome che si usa per riferirsi ad ogni Ebreo (noi siamo, infatti, chiamati ‘Yehudim’ – Giudei). La parola ‘a lui’ (elàv) del verso citato, si riferisce all’Essenza di D-O, come spiegato nel Sifri, sul verso (Devarìm 4:7) “Ogni volta che Lo (elàv) invochiamo”, “Lui e non i Suoi attributi”. Il termine “avvicinarsi” indica la preghiera, attraverso la quale un Ebreo viene a collegarsi e ad unirsi con D-O. Più volte abbiamo spiegato come tutte le interpretazioni di un singolo evento siano collegate fra di loro. Spiegheremo, quindi, il nesso che esiste fra queste tre spiegazioni, ed anche le implicazioni pratiche e la lezione contenuta in esse, che ci aiuta a migliorare il nostro servizio Divino.

   L’apparenza e la verità
Noi dobbiamo innanzitutto spiegare la rilevanza della prima di queste tre interpretazioni: l’approccio di Yehuda, basato sulla comprensione errata della situazione, dovuta all’impossibilità di riconoscere l’identità di Yosèf. Il suo approccio ci fornisce, in ogni caso, un’insegnamento valido per sempre. La Torà, infatti è eterna, e così tutto quello che vi è scritto. Yehuda pensava di dipendere, per poter aiutare Beneamino, dall’approvazione di un governatore non-Ebreo. Ciò assomiglia alla condizione di tutto il popolo Ebraico nell’esilio, quando esso dipende dalla benevolenza delle nazioni, dai non-Ebrei che lo circondano, per poter condurre la propria vita, in quanto Ebrei, in pace e con tranquillità. La realtà delle cose, però, era che Yehuda non dipendeva per nulla da un non-Ebreo. Questo governatore, come egli scoprì in seguito, era, Yosèf, ed era quindi, di fatto, un Ebreo ad essere in carica. Lo stesso vale per il popolo Ebraico, nel suo esilio. Nonostante sembri che le nazioni dei non-Ebrei abbiano il potere ed il controllo, in verità è l’Ebreo ad essere il ‘padrone di casa’ del mondo, ed egli ha la capacità di influenzare le nazioni, affinché facciano la sua volontà.

  L’Ebreo ha il potere di influenzare il mondo
Come è possibile per l’Ebreo, acquisire un simile potere? Ciò può accadere in virtù del fatto che egli si è collegato a D-O. Non si tratta, quindi, solamente della sua forza, poiché ad operare, in lui,  è la forza di D-O Stesso. E D-O, che è il ‘Re dei re’, porta le nazioni del mondo ad agire in accordo alla Sua volontà ed a quella del popolo Ebraico. Con ciò, è possibile comprendere il collegamento fra i tre livelli di interpretazione, citati sopra. Anche quando il popolo Ebraico è in esilio (“1”), si rivela che è l’Ebreo ad essere, di fatto, il padrone della situazione (“2”). E come l’Ebreo acquisisce un simile potere? Attraverso il suo collegamento con D-O (“3”). Questa lezione (che anche nell’esilio, l’Ebreo è  ‘padrone di casa’ sul mondo) prende un particolare accento nello Shabàt, in cui si legge l’intera parashà Vaygàsh, e la prima parte di Vayechì, a Minchà. Durante la lettura, si vede come il Faraone stesso prometta a Yosèf ed alla sua famiglia, “la parte migliore del paese d’Egitto”. Alla fine della parashà, poi, questa terra viene data loro di fatto, “come il Faraone aveva comandato”. L’ultimo verso conclude, dicendo: “Israele rimase nella terra d’Egitto, nel paese di Gòshen, vi si stabilirono e prolificarono e aumentarono grandemente”. Questa affermazione è seguita, nella parashà VaYechì, dal verso: “E Yacov visse in terra d’Egitto diciassette anni,” col significato che i migliori anni della sua vita (‘17’, in ghematria, equivale alla parola ‘buono’ – tov) furono quelli che egli trascorse in Egitto. Questi versi mostrano come le nazioni stesse provvedano agli Ebrei, con grande prosperità, anche in esilio.

  L’esilio è la preparazione alla redenzione
Il benessere di Yacov e della sua famiglia non rappresentano solo l’aspetto positivo dell’esilio, ma anche la preparazione alla redenzione. Lo speciale servizio descritto nella parashà Vaygàsh rappresenta una trasformazione dell’aspetto negativo dell’esilio (il faraone, l’Egitto, ecc.) in quello positivo, dove il faraone stesso offre la parte migliore del paese. È questa trasformazione ad essere la preparazione alla redenzione. E ancora di più: non si tratta solo di una preparazione, ma di una parte stessa della redenzione: la trasformazione dell’esilio stesso nella redenzione! Con la rivelazione di Moshiach, infatti, vedremo come tutte le difficoltà dell’esilio ci siano state imposte solo per rendere molto più grandi le rivelazioni della redenzione.

(Shabàt parashà Vaygàsh, 5 Tevèt 5751)

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