28 Nisan 5786 - Mercoledi, 15 aprile 2026

La Redenzione completa e finale dipende dal nostro lavoro, oggi. Ognuno di noi ha ricevuto questo compito ed ognuno di noi ha questa responsabilità, come ci ha detto il Rebbe : “Fate tutto quello che potete!”

Ogni azione del Santo, benedetto Egli sia, qui nel mondo, è per il bene. Anche se talvolta sembra venga fatto alcunchè di non buono, alla fine si rivela che era per un buon fine.

Alla domanda posta dai nostri Saggi: “Qual’è il nome di Moshiach?” essi rispondono “La zaraàt (lebbra) della Casa di Rabbi.” Questa è una cosa molto difficile da comprendere. Come può essere che il nome di Moshiach, colui che darà inizio alla Redenzione e che è associato quindi all’apice della vita e della vitalità, sia collegato alla zaraàt, che richiama la morte e l’esilio?

La relazione fra D-O ed il popolo Ebraico è un’unione complessa e dinamica, che produce vitalità. Il frutto finale sarà la Redenzione. (Tratto dall’ultimo numero di ‘Tempo di Gheulà’)

Ogni Ebreo rappresenta un santuario in cui far risiedere la Presenza Divina, e non solo lui stesso, ma anche la sua casa e tutti gli altri oggetti che egli possiede e coi quali serve D-O. La Torà ci insegna la necessità particolare per noi di custodire, dare rilevanza, onore e rispetto ad ogni aspetto del nostro servizio Divino.

Il legame dell’Ebreo con D-O deve essere così forte, da non permettere neppure all’intelletto di farlo deviare dalla volontà di D-O.

Sheminì: nell’ottavo giorno, al termine dell’inaugurazione del Santuario nel deserto, gli Ebrei godettero della rivelazione Divina, una Luce Infinita, trascendente, che potè scendere nel mondo, proprio in quel giorno. Qual’è il significato di quell’ottavo giorno e che parte ha l’Ebreo in questa rivelazione dell’Infinito?

Nel profondo della sua anima, ogni Ebreo desidera servire D-O e prostrarsi a Lui, con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima.

Il pasto speciale che ricorre una volta all’anno nell’Acharòn shel Pesach, il “Pasto di Moshiach”, ci permette di realizzare meglio come tutta la materialità sarà impregnata di santità al tempo della Redenziome.

I primi giorni di Pèsach sono collegati all’uscita dall’Egitto, mentre l’ultimo giorno di Pèsach è collegato alla Redenzione Futura. Dopo i sette giorni della festa, quando ormai abbiamo compiuto la nostra battaglia contro il male e già gustiamo la luce della Redenzione Futura, è già possibile trasformare il ‘chamèz’ in bene.

Nel settimo giorno di Pèsach, D-O operò per il popolo d’Israele il miracolo più prodigioso che si sia mai visto in tutte le generazioni: l’apertura del mar Rosso.

Nel tempo dell’esilio regnano ascondimento ed occultamento. Non è sufficente per noi, però, cercare di sopraffarli o di ignorarli; l’Ebreo deve invece trasformare l’occultamento stesso in luce.

“Che il pane azzimo fosse un ‘pane di guarigione’ era un fatto che conoscevo bene, ma mai più avrei pensato di vedere così da vicino la prova di ciò: un vero e proprio miracolo!”

D-O, creando gli uomini, ha dato loro la facoltà di avere opinioni differenti, e in questo modo ha consentito la possibilità del formarsi di contrasti di opinione, cosa che potrebbe portare ad una mancanza di rispetto dell’uno verso l’altro e ad una divisione. Ma l’intenzione Divina in ciò, è proprio quella che si arrivi invece ad una pace e ad un’unione tali, che vadano al di là della differenza di opinioni.

L’insegnamento di Pèsach è meraviglioso ed è in grado di darci una forza incredibile: la forza di spiccare un salto, per arrivare là, dove oggi ci sembra impossibile. La Gheulà è davanti a noi, più vicina che mai, è, anzi, già qui. Dobbiamo solo avere il coraggio di… ‘saltare’.